Da alcuni anni l’officina di narrazioni Wu Ming si interroga sulle esigenze operative e ambientali di un collettivo di scrittori. Dopo avere preso in esame l’ipotesi di una vera e propria emigrazione verso territori culturalmente più stimolanti di quello bolognese e italiano, e dopo averne appurato l’implausibilità, ci siamo orientati su soluzioni diverse. Infatti il legame con la città di Bologna è al momento inestirpabile per motivi che riguardano la vita famigliare e relazionale di ogni singolo membro del collettivo. Questo ci ha spinti a riflettere su un’idea di ricollocamento spaziale della nostra attività, che abbiamo riassunto nel concetto di “dislocazione”.
Con questo termine facciamo riferimento alla possibilità di incrementare la rete di relazioni nazionali e internazionali sviluppatasi nel corso degli anni e che ci vede spesso macinare chilometri per incontrare lettori, collaboratori, altre realtà singole o plurali, interessate a interagire con Wu Ming. La rete è ciò che che consente appunto di dislocare la nostra attività, svincolandola dal suo centro, senza per questo recidere il legame con quest’ultimo. In altre parole, lo sviluppo di Wu Ming come network che travalica l’officina in quanto tale comporta la necessità di muoversi, spostarsi attraverso territori anche molto distanti tra loro, senza abbandonare la “casa madre” bolognese. Ma è proprio l’epicentro della rete a essere debole.
Nel corso degli ultimi anni la città di Bologna si è fatta sempre più invivibile e meno vissuta. Si tratta di un contesto urbano che va svuotandosi. Di senso, perché non è più chiaro quale sia o dovrebbe essere la sua vocazione; di gente, perché la speculazione immobiliare rende sempre più inaccessibile la città e perché l’assenza di un piano di viabilità rende irrespirabile l’aria e impercorribile il territorio; di eventi e movimenti, perché si è perseguita una politica di riduzione della complessità sociale e soffocamento degli spazi di gratuità e incontro; di idee, perché i fermenti che hanno caratterizzato la vita culturale e sociale cittadina nei decenni scorsi sono andati scemando fino al lumicino.
Va da sé che un collettivo in cerca di stimoli e relazioni come il nostro ha dismesso il piano del dialogo cittadino per indirizzarsi altrove. Tuttavia le nostre vite “private” e i nostri legami affettivi hanno ancora la città di Bologna come riferimento.
A questo bisogna aggiungere che - a prescindere dalle esigenze specifiche del collettivo - da tempo Wu Ming sta ragionando sull’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo e sul nefasto impatto ambientale e psichico dello stile di vita dominante. Si può dire che questo sia uno dei filoni narrativi che pratichiamo con maggiore interesse, a partire da interventi diretti di divulgazione fino ad arrivare al cuore della nostra ragione sociale: l’individuazione nel passato prossimo o remoto di punti di snodo, momenti di potenzialità in cui la Storia avrebbe potuto prendere strade alternative.
Per noi la ricerca di un altrove geografico o temporale è più che mai ricerca di un’alterità possibile.
Alterità che però, è il caso di ribadirlo, non può realizzarsi in un progetto abitativo o lavorativo appartato, ma semplicemente diverso.
La sfida che vorremmo lanciare a chi si occupa di progettazione architettonica è già contenuta in queste premesse e potrebbe essere formulata in una domanda. Si può immaginare un luogo edificabile che risponda alle esigenze operative della Wu Ming Foundation e al contempo ne incarni le aspirazioni e le modalità ideali? Può un edificio, o un complesso di edifici, rappresentare la materializzazione di uno stile Wu Ming, ovvero la coincidenza di etica ed estetica?
Immaginiamo un luogo che renda possibile essere qui e altrove; farsi abitare senza essere villa, buen retiro, torre d’avorio per scrittori “arrivati”, ma che invece sia stazione di transito, ovvero nodo di una rete, in grado di mettersi in relazione con l’esterno; e ovviamente sede di un’officina che ricerca ed elabora storie con ogni mezzo necessario.
Siamo convinti che per trovare una risposta plausibile occorra tenere presente alcuni punti fermi.
Wu Ming concepisce la scrittura come attività comunitaria reticolare, appunto, non come riserva testimoniale di senso. Non potrà mai interessarci il falansterio utopico, la comune, l’oasi protetta, ovvero la riproduzione in vitro di un’ideale stile di vita. Non è questa l’esemplarità che ricerchiamo.
La base filosofica del collettivo è innegabilmente di matrice marxista, quindi incentrata sull’individuazione delle pulsioni materiali e dei movimenti reali che modificano lo stato delle cose.
In questo senso Wu Ming può esistere solo se continua a innervare la propria attività nel flusso di eventi e informazioni che muove la storia, cioè se riesce a mantenere il proprio agire saldamente agganciato alle contraddizioni sistemiche, a farlo slittare sulle falde telluriche che si muovono sopra e sotto gli oceani, aprendo squarci, varchi praticabili, producendo visioni e prefigurazioni.
L’interazione col mondo è premessa ineludibile della nostra attività. Non si dà alcuna teoria senza messa in pratica e, viceversa, nessuna speculazione può essere efficace se non getta le radici nell’esperienza fattiva. Non si tratterà quindi di immaginare una seconda casa per un gruppo di “famiglie al seguito” di noti scrittori, quanto piuttosto un luogo che possa essere eventualmente anche questo, ma non solo. Le nostre relazioni non possono esaurirsi nella mononuclearità famigliare, tanto meno nella famiglia allargata come sommatoria dei nuclei più piccoli. Se quindi un’alternativa abitativa piacevole e condivisa è senz’altro interessante, è però soprattutto di spazi adeguati di vita che c’è bisogno; dove per vita si intende il rapporto intestricabile tra essere e fare, tra bios e mente, pace e attività, silenzio e suono, rarefazione e densità.
Per concludere, la sfida lanciata con questa proposta non è tanto, o non solo, quella di progettare l’edificio manifesto della Wu Ming Foundation, che ne rappresenti l’approccio teorico al mondo, quanto piuttosto realizzare la messa in luogo di una specifica concezione del fare e del modo migliore per farlo. In altre parole, individuare il punto di contatto tra ispirazione e aspirazione.
Qualcosa che senza alcun dubbio informa di sé la vita di ogni membro del collettivo e, di conseguenza, la comunità con cui interagisce.
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